di Maria Roberta Resina

Se avete un po’ di tempo libero, andate a vedere la mostra – documentario Terreferme. Emilia 2012, un progetto della Direzione Regionale dei Beni Culturali e Paesaggistici con la collaborazione della Fondazione Telecom, che vuole illustrare cosa è successo al patrimonio culturale della bassa padana con il sisma del 2012. Fino al 29 Marzo si potranno visionare parecchi documenti multimediali, tra cui bellissime video installazioni e fotografie, nell’ex chiesa di San Mattia (via S. Isaia 14), in un percorso che racconta le caratteristiche del territorio colpito, lo stato delle opere rovinate, le procedure adottate per la salvaguardia dei beni e gli interventi di restauro. L’obiettivo è quello di riflettere sulle criticità e sui successi di questi interventi per tutelare le nostre opere d’arte.

In effetti, quando è arrivata la prima scossa, nessuno di noi era pronto a quanto stava accadendo: il 20 Maggio, alle 4.03, sono bastati 27 secondi a magnitudo 5.9 per devastare gran parte del patrimonio architettonico dei comuni di San Felice sul Panaro e di Finale Emilia.

Una seconda scossa, il 29 Maggio alle 9.00, ha invece distrutto i territori occidentali della bassa modenese colpendo Medolla e Mirandola.

Nei primi 30 giorni di attività sismica sono stati registrati ben 1500 terremoti che hanno continuato a provocare danni a chiese, fortezze e palazzi.

Il Castello delle Rocche di Finale Emilia costruito nel 1402 da Nicolò III d’Este è andato in parte distrutto, così pure la Torre dei Modenesi costruita nel 1213 e dichiarata monumento nazionale. Molto danneggiate anche la Torre civica di Novi di cui si hanno notizie già dall’anno 979, con l’appellativo di Castrum Nove, la Rocca e la Torre di San Felice sul Panaro del I secolo dopo Cristo e il Palazzo del Pio di Carpi. Per non parlare delle chiese e delle tele in esse contenute, una fra tutti la chiesa di San Carlo in località Sant’Agostino, un raro esempio di barocco nella provincia ferrarese.

Nessuno era pronto perchè non si aveva memoria storica di terremoti devastanti. I materiali e le tecniche costruttive non tenevano conto di questa calamità naturale: case, chiese e palazzi erano costruiti in pietra locale cotta in semplici fornaci, malte terrose prive di calce talvolta mischiate con semplice sabbia presa dalla riva dei fiumi. Bisogna tornare indietro al 1570 e al terremoto che per ben 4 anni ha colpito la zona di Ferrara per trovare qualcosa di simile.

Diversamente, la popolazione padana ha sempre dovuto combattere contro la forza dell’acqua, lottando per prosciugare le terre, per rinforzare gli argini e difendersi dalle esondazioni. L’acqua è sempre stata per noi fonte di vita ma anche il pericolo più grande.

La mostra è una scusa per vedere le opere del nostro territorio e conoscere le ultime tecniche di restauro e di recupero conservativo, oltre che vedere bellissime video installazioni dei ragazzi dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e di giovani artisti.