di Ottavia T. 

Accettare sé stessi è un lavoraccio. Senza retribuzione.

Non si nasce con l’autostima, a volte capita che si cresca con una autostima siringata dai genitori ma è, però, un’autostima asfittica. L’autostima, l’accettazione tutte queste belle cose, le si devono ricercare con le proprie mani possibilmente imbrattandosi.
Per potersi accettare in toto bisogna prima essere completamente insoddisfatti di sé stessi, perché se è vero che dai fiori non nasce niente ma dal letame nascono i fior (ed io tendo a fidarmi dei genovesi) il nostro momento di accettazione arriverà solo dopo aver
fatto un lungo periodo di disprezzo verso la nostra persona. Innanzitutto, però, come direbbero gli americani “first things first”: prima di intraprendere il sanguinoso ed impervio cammino verso il volerci bene, dobbiamo iniziare a provare ad accettare gli altri, perché gli altri (lo garantisco) molto spesso sono bruttissime persone.

Sono quelli che quando si è tutti bambini ti prendono in giro perché hai gli occhiali (!), sono quelli che quando sei adolescente ti inducono a fumare di nascosto le sigarette, sono quelli che sul posto di lavoro ti fanno le scarpe, sono quelli che in autobus non si alzano quando c’è qualcuno con il bastone, sono quelli perennemente in ritardo e ti fanno perdere preziose mezzore della tua vita, sono quelli che per strada ti scontrano e non ti chiedono scusa, sono quelli che se possono passarti prima in fila hai voglia se lo fanno, sono quelli che mettono sé stessi, sempre, prima di te, sono l’amica che quando sei bella e hai il culo a mandolino e le tette grosse ti invidia e dopo ti sminuisce, sono l’amico che si fa tua moglie mentre sei a Cinisello Balsamo per lavoro, sono quelli che ti ingannano, sono quelli che ti illudono e sono quelli che ti feriscono. Gli altri (“the others”, come direbbero in Lost) sono terribili e noi, povere creature vittime del mondo sociale, ci dobbiamo scudare, amando ed accettando noi stessi, la nostra mente, i nostri anni ed il nostro corpo, in un modo smisurato.

Secondariamente per potersi accettare bisogna intraprendere una relazione seria con sé stessi, a volte non siamo pronti, a volte non ci piacciamo, a volte non ci stimiamo, a volte vogliamo continuare a vivere su mondi leggeri e l’unica cosa che ci importa è continuare a divertirci. Quando però ti metti insieme con te stesso inizia la lotta: sangue, schiaffi e autoinfliggimenti. Bisogna avere tanto coraggio per guardarsi in faccia. C’è chi finisce sotto terra continuando a raccontarsela fino all’ultimo pensiero, senza esser stato, in vita, mai onesto con sé stesso.

L’adolescenza, per me, è stata difficile in quanto mi sono fidanzata con me stessa (non perché mi auto-amassi, era una relazione, diciamo, “di convenienza”). Non mi sentivo, però, accettata e non accettavo me stessa. Buona parte del lavoro l’ha fatto il Liceo che frequentavo: era composto di un buon 80% da persone che non entravano neanche per sbaglio nelle mie corde. L’altra parte del lavoro l’hanno fatto una serie di obblighi da svolgere totalmente lontani da me, molti anche auto-imposti. Si sa, quando non si vuole deludere nessuno, inevitabilmente, si vanno a fare un sacco di sciocchezze. Ma tornando al mio Liceo: una parte erano borghesotti di provincia, l’altra parte, di questo 80%, erano aspiranti tali. Ho assistito a rincorse al “potere” di scena, rincorse allo scintillio,
rincorse alla “figaggine” (sembrava di vivere il Gossip Girl dei poveri) ed io, adolescente dalla pelle grassa e una cicatrice spaccafronte, non mi rendevo conto che erano loro ad essere poco autentici. Il mio unico impiego, ai tempi, era sentirmi assolutamente fuori contesto, senza talento e senza smalto. Senza passione e nessun veicolo per esprimere le mie capacità. Tutt’ora, adesso, quasi trentenne, continuo a vivere gli echi di questa adolescenza difficilotta, fatta di ridicole caste sociali e vestiti (degli altri) di marche alla moda.

Poi sono arrivati i vent’anni.

Un casino. Ho scontrato la testa su cose più grandi di me, ho accettato cose gigantesche, ho accettato la maestosità potente della vita e il suo corso schietto e deciso ed ho capito che o alcune cose della vita si accettano trovando una mediazione sudata e difficilissima o si capitombola in profondi anfratti bui e insidiosi fatti di pigrizia greve e perdite sensoriali. Completamente “libera” da ogni forma religiosa, senza neanche i sacramenti addosso (grazie, genitori, ve ne sono grata), ho conosciuto la volontà shopenhaueriana in una ricerca spasmodica del benessere ed ho fatto leva sulla spinosa accettazione, forse quella
più grande: quella del dolore.

Ho quasi trent’anni, adesso.

Ho un occhio verso il mondo dell’infanzia e uno verso quello dell’immagine e del web. Ho passato anni senza capire cosa volessi realmente fare, non capivo quali fossero le mie ambizioni professionali e personali e forse non lo capisco neanche adesso. Ho dovuto accettare la mia confusione, il mio non avere le idee chiare, ho dovuto accogliere dentro di me tutta la vastità della mia curiosità trasformandola in fotografia, pensiero, immagine. Non sono una sognatrice, mi fanno ridere le persone che sostengono di esser tali. Però ho imparato ad accettarmi perché ho imparato a sentirmi libera, mi sono svincolata dalle posizioni, dalle pose e dalle convinzioni. L’unica cosa che non accetto, adesso, però, sono i miei 8 kg di troppo che spero di smaltire nei prossimi mesi. Perché è una cosa che posso cambiare, quindi non la devo accettare, la devo combattere. La spaccafronte me la tengo, invece.