Può sembrare strano, ma scrivere è il mio mestiere. Diventando avvocato, ho dovuto lasciare alle spalle il panico da foglio bianco tanti anni fa e, da buon azzeccagarbugli, se si tratta di diritto non resto mai senza parole. Ma scrivere di me è un’altra storia. E non basterebbe un intero ciclo universitario per imparare a raccontare agli altri chi sono e qual è il mio rapporto con me stessa e con la mia fisicità.

Penso che ci voglia coraggio per mettere la propria esperienza in mostra davanti al mondo e mi sono meravigliata di me stessa quando proprio io, che solitamente preferirei non mostrarmi affatto, ho scelto di far nascere insieme a Lorena il progetto di Belle al Quadrato, mettendoci addirittura la faccia.

Forse era arrivato il momento per me di affrontare quei nodi della mia personalità che per tanto tempo ho tenuto sepolti. A cominciare dalla definizione di me stessa: se avessi in mano un questionario, alla domanda “Chi è Anna?”, mi piacerebbe rispondere “Anna è una donna elegante e sensuale, dal sorriso aperto e dai profondi occhi scuri”…la verità? Può essere, ma sta di fatto che a quella domanda io rispondo sempre: “Sono alta e ho i capelli ricci”. Due particolarità di me che nel bene o nel male sono rimaste una costante della mia vita.

Già, perché essere alta, non è sempre un vantaggio. Sono sempre stata altissima, fin dalle scuole primarie, quando i miei compagni si domandavano se fossi stata bocciata all’asilo. D’altronde, io sono sempre stata quella che anche da seduta riusciva ad appoggiare i piedi per terra, mentre gli altri provavano l’ebrezza di dondolare allegramente i piedini dalla sedia.

Ho capito con il tempo che la mia altezza, sommata a una figura longilinea, non era poi così male e a parte un portamento un po’ dondolante, con l’indulgenza dell’età posso affermare che ero piuttosto carina, qualità che mi ha anche permesso di fare qualche sfilata (a livello amatoriale) o qualche casting come ragazza immagine per le fiere. Nonostante questo, c’era sempre chi puntualizzava che sì, ero alta e sapevo l’inglese, ma non ero sufficientemente magra per entrare nella divisa da hostess, rigorosamente taglia 40. Allora pesavo 65 chili per 180 centimetri. Decisamente troppo, per loro. Me ne sono sempre infischiata allegramente: quei lavoretti, durante l’università, non erano la mia carriera.

Avevo un bel rapporto con il mio corpo e con me stessa, avevo tanti amici, avevo i ragazzi giusti, quelli che ti mettono al centro dell’attenzione e ti fanno sentire bene. Non sono mai stata una vittima, né di me stessa né degli altri.

Però gli anni passano, e dopo i trenta il mio corpo ha iniziato a cambiare. Sono andata da una nutrizionista e nel giro di poco tempo ho perso più di 10 chili: stavo bene, non soffrivo la fame, ero in forma.

Poi è arrivata Principessa, la mia dolcissima e bellissima bimba grande che mi ha regalato tanto amore, tanta luce e…qualche chilo. Alla ricerca del secondo figlio, ho passato i due anni più brutti della mia vita: due gravidanze finite male, i miei due bambini “di cuore”, tante notti insonni, tante lacrime, e ogni boccone, ogni sorso d’acqua, che mi costringevo ad inghiottire solo per la mia Principessa, passano automaticamente a diventare un chilo in più.

Quando alla fine mi sono arresa è arrivata lei, Terremoto, che oggi ha tre anni e insieme a Principessa riempie le mie giornate di sole e di risate.

E alla soglia dei 40 anni, quello che mi rappresenta è sempre e solo l’altezza, perché il fisico da pin up se n’è andato a braccetto con quella spensieratezza che non conosceva sofferenza.

Ma infondo, a pensarci bene, anche se non sono più una taglia standard, sono sempre e comunque io, con i miei pregi e i miei difetti, che nulla hanno a che vedere con il mio peso.  All’inizio non è stato facile accettare il cambiamento. Essere una taglia over 46 a volte è frustante, trovare i vestiti giusti è sempre una sfida e spesso devo scendere a compromessi: la macchina fotografica è diventata quasi una nemica (con cui sto facendo pace in questi giorni), e se dicessi che esteticamente mi piaccio come prima, mentirei.

Ma ogni volta in cui mi soffermo a riflettere mi rendo conto che sono sempre io e le persone intorno a me non mi valutano al chilo. Ammetto che nonostante tutto questo, quando mi relaziono con persone nuove, la mia vanità fa capolino e mi porta a scegliere quell’abito che mi sfila di più, o quella camicetta nera che mi fa sembrare una taglia in meno. Ma regolarmente mi rendo conto che è bene apparire in un certo modo, ma quello che più conta è come si è ed io non sono il mio peso!

Quindi anche se a volte non sono soddisfatta del mio aspetto e litigo con lo specchio, non ho intenzione di lasciarmi sopraffare né condizionare dai chili di troppo.

Ad essere sincera, non ho mai provato seriamente a dimagrire dopo la nascita di Terremoto. E questo credo sia, a suo modo, un punto di partenza. Da una parte, ho cominciato ad accettare la me stessa di oggi, e dall’altra, forse non sono ancora pronta a perdere nuovamente peso: la verità è che ho fatto tanta strada, ma ho ancora un lungo viaggio attraverso me stessa prima di fare questa scelta, perché per me lasciare dietro le spalle quei chili di troppo è come lasciare andare quei due bimbi non nati che mi rendono più che mai una “mamma di cuore”.

Nel mio intimo so che posso essere bella anche così, che un cambiamento deve venire da dentro e che non sarei capace di cambiare me stessa.

Non so se per tutto questo posso considerarmi una donna “bella al quadrato”, questa potenza che amplifica la bellezza di chi è diversamente bello al di fuori dai canoni imposti della moda e dal costume. Le mie esperienze mi hanno insegnato che sentirsi bene non è una questione di numeri (i chili o i centimetri di troppo), e che la mia bellezza sta dentro di me, nella mia famiglia, in Principessa e in Terremoto, nella mia professione, nel mio essere una donna che nonostante gli stop obbligati della vita, ha sempre saputo rimettersi in piedi e continuare il proprio cammino.