di Jennyfer Sacotto

Quando ti ammali, quando arrivi all’ospedale sperando che i risultati di una biopsia siano negativi e che tutta la sofferenza di quel fine settimana non sia che un sogno, e che sogno orribile; quando ti siedi lì e il tuo medico ti dice che hai un cancro e che e per questo devi sottoporti ad una mastectomia: vedi passarti davanti agli occhi tutta la tua vita come in una pellicola, con musica e tutto.

Già non ascolti, ti sollevi e osservi dall’alto ciò che ti sta capitando; vedi le persone nella stanza, ma non senti quello che dicono. Ti chiudi, ti difendi. Vuoi svegliarti. Quando vedi il tuo compagno con gli occhi pieni di lacrime, allora ti rendi conto che non si tratta di un sogno: hai il cancro e puoi morire.

È un incubo che si trasforma in un treno ad alta velocità dal quale non puoi scendere. Ti fanno una lista di tutto ciò che devi fare, per fortuna si occupano loro di prenotare gli esami per l’intervento che dovrai affrontare nel giro di due settimane. Dicono che sei giovane e si deve intervenire prima possibile.

Solo quando hai avuto figli hai dato valore al tuo seno. Si è convertito nello strumento di unione con loro. Hai allattato a lungo, non hai casi di malattia in famiglia e per di più sei giovane. Perché ti è venuto il cancro?

Esistono varie teorie sulla malattia, con le quali non intendo ferire nessuno; solo parlo della mia esperienza personale.
Le teorie che mi convincevano erano legate alle emozioni e alle ferite dell’anima.
E dopo anni passati litigando con le loro dimensioni, perché gli uomini le guardavano e volevano toccarle ho deciso di nasconderle.
Era un po’ esagerato pensare che per questo mi ero ammalata di cancro. Così che dovevo spingermi più dentro, più in profondità, e capire il perché della mia malattia.

Nel periodo della chemioterapia non ti rendi conto di nulla: è come se fossi addormentata. Ci sei e non ci sei. Tutto si muove velocemente mentre tu sei lenta.
Ti guardano, ti vergogni, ti nascondi.
La gente che prima ti salutava smette di farlo per imbarazzo o per paura.
Non ti è chiaro.

Dopo viene la rabbia.
Incolpi i tuoi ex amanti, il tuo ex marito, gli ex amici, gli ex vicini: tutti ti hanno fatto del male, tutti sono responsabili della tua malattia.
Perché tu sei buona, non hai nessuna colpa e non ti meriti tutto questo.
È un’ingiustizia.
Sei sola e nessuno capisce cosa ti sta accadendo.
Però come possono capirlo se loro non hanno il cancro?
Oh, di certo morirai.
Loro ti piangeranno per qualche giorno poi si dimenticheranno di te, normale.
E i tuoi figli?
Resteranno soli, senza una madre.
E come faranno?
Questo è quello che ti passa per la testa e nessuno può entrarci dentro per evitarti questo dolore.

La cosa più difficile che ho fatto nella mia vita è stato guardare negli occhi la morte e dirle: lasciami qui ancora un po’, per vedere crescere i miei figli.

La pena.
Senti un profondo dispiacere per quello che ti è successo.
Ti senti indifesa, vulnerabile.
Sono solo lacrime e silenzio.
Quando ti guardi allo specchio e ti ritrovi senza capelli, senza un seno.
Piangi.
Piangi fino a che ti accetti, fin quando accetti il tuo nuovo essere, la persona ferita. Colpita ma ancora in piedi.

A quel punto ti viene la voglia di curarti.

Quando termina la chemioterapia e ti dicono che sei “curata”, esci dall’ospedale felice e spaventata. Per la prima volta in questo percorso sei di nuovo sola.
Non c’è nessuno che può garantirti che starai bene e ce la farai con le tue forze perché sei forte.

Sei sola con la tua storia.

Ed è questo  il momento in cui devi affrontare te stessa, la tua idea di donna.