di Silvia Basso

Ricordo nitidamente quel giorno: avevo circa 5 anni, un piccolo grillo con i capelli alla maschiaccio, gli occhialoni tondi verdi e una timidezza che faticavo a nascondere, soprattutto quando diventavo tutta rossa appena qualcuno mi rivolgeva la parola. Giocavo tranquilla nel parco dell’asilo, era una bella giornata di sole e l’aria di mare, che mi ha così tanto forgiato, la respiravo a pieni polmoni: una di quelle cose che mi rendevano davvero felice. Tutto cominciò quel giorno. Mentre giocavo, un compagno si avvicinò e cominciò a prendermi in giro. Le lentiggini, i vestiti da maschio, ereditati dal fratellone, di 2 anni più grande di me. Le gambe scheletriche, i capelli troppo corti: ogni scusa era buona per offendermi. Certo, eravamo bambini, e offendersi sta nelle regole del gioco. Ma proprio perché si è piccoli, quelle parole feriscono come nessun’altra arma è in grado di fare: ti toccano e ti segnano, e alla soglia dei 30 anni, ancora le ricordi come fosse ieri. Insomma, mi stava insultando e io non ero in grado di difendermi: non sapevo reagire a una cosa del genere. Semplicemente davo per scontato che avesse ragione. Poi la mia migliore amica dell’epoca, si avvicinò, lo scostò bruscamente e prese le mie difese. In quel momento, in quel preciso istante io ho capito una cosa importante con la quale avrei dovuto fare i conti da li in avanti: non potevo permettermi di non essere in grado di prendermi cura di me, ma soprattutto, avevo qualcosa che valeva la pena di difendere, e se l’aveva capito quella mia cara amica a soli 5 anni, anche io avrei dovuto capirlo, prima o poi.

Sia chiaro, quel giorno ho apprezzato così tanto quel suo intervento: fu provvidenziale, e forse impiantò in me quel seme del coraggio che allora non avevo affatto e che oggi sento essere un po’ cresciuto. Un po’, non troppo, perché quando si tratta di me, e in particolare della mia fisicità, il famoso seme sembra estirparsi con forza, come si fa con le erbacce velenose nei giardini. Storicamente non ho mai fatto della “fiducia in me stessa” il mio cavallo di battaglia: ho fiducia negli altri (tantissima), ho fiducia nella mia famiglia, ho fiducia in quel pugno di amici ai quali darei me stessa, se potessi. Ma in me…no, in me non ho fiducia. Non che non ci siano aspetti di me che promuovo: la mia perseveranza nel lavoro, per esempio. Ma per quanto concerne il mio aspetto, ho sempre pensato di essere una perfetta rappresentante del “non abbastanza”. Non abbastanza alta, non abbastanza magra, non abbastanza carina. E vivere una vita dove il bicchiere non è né pieno né vuoto, in un continuo limbo di sensazioni e consapevolezze a volte non è facile. Lo è ancora meno quando magari accompagni all’altare la sorella che non hai all’anagrafe ma che hai nel cuore, e pensi che la felicità che provi per lei è così grande da farti dimenticare, almeno per un momento, che non sei stata, per esempio, mai “abbastanza” per qualcuno.

Non che ci voglia per forza una persona nella propria vita per essere qualcuno: non lo credo. Anzi, se posso darmi un merito è quello di aver (faticosamente) capito che se anche non sono abbastanza per (alcuni) altri, lo sono per i miei amici (sempre quel famoso pugno), che mi sostengono e mi accettano, per quello che sono, senza nessun desiderio di cambiarmi. Lo sono per la mia famiglia, che ha sempre contato su di me e senza la quale io non esisterei, non solo fisicamente, ma anche come persona pensante e cittadina del mondo. Tutti loro sono anche troppo, per me.

Ma soprattutto, ho capito che voglio essere abbastanza per me stessa: voglio migliorarmi, cambiare la distorta prospettiva che troppo spesso ho di me, basata sull’opinione di qualche matto che non è in grado di guardare al di là della mia taglia di pantaloni, o della mia silhouette meravigliosamente imperfetta.

Infondo, quel giorno, di tantissimi anni fa, all’asilo S. Pietro di Albisola Capo, quello che mi mancava non era una linea invidiabile, né un faccino carino, ma era il coraggio di prendere una posizione, di sostenere me stessa esattamente come avrei fatto per qualsiasi altra persona, di alzare la testa e guardare negli occhi lo sciocco bimbo che avevo davanti per dirgli: “Se voglio, posso farti un culo così”. E adesso che quel coraggio ce l’ho, o che comunque sento crescere dentro di me, di certo non mi faccio frenare dai morbidi rotolini che mi tengono compagnia. Infondo fanno parte di me: sono testimonianza della vita che ho vissuto. Un modo decisamente filosofico di vedere la propria fisicità, ma tutto sommato non poi così lontano dalla realtà.

Certo, ancora sogno di poter indossare quei vestiti meravigliosi che vedo addosso alle mie amiche che quei rotolini li hanno lasciati fuori dalla porta. Oppure di essere come una di quei personaggi delle serie TV che nonostante facciano le fatiche più insormontabili hanno sempre “trucco e parrucco” impeccabile. Nella vita vera, anche una taglia 40 sarebbe sudata e un po’ scossa dopo una camminata andata e ritorno fino a San Luca. E di questo ne ho le prove. La verità è che quando e se riuscirò a disfarmi degli amici rotolini, sarà perché avrò finalmente trovato la motivazione giusta per eliminarli: la mia salute. Fino ad allora, i miei vicini di casa dovranno rassegnarsi a vedermi con il fiatone mentre faccio la mia unica rampa di scale. E perché no, dovranno pure aiutarmi a portare su la spesa.