di Maria Roberta Resina

Non è da tutti raccontare storie grandi e complesse in uno spazio piccolissimo come il nocciolo di una pesca o ancor più di una ciliegia. Ci vuole intuito, capacità di modellare la materia, una mano fermissima e tanta voglia di sorprendere.

Tutte qualità che Properzia de’ Rossi aveva!

Nata a Bologna (o forse a Modena) attorno al 1490 è la prima donna scultrice di cui si ha notizia. Figlia di un notaio viene descritta dal Vasari come una donna bellissima e intelligente in grado di eccellere nell’arte della scultura provocando l’invidia dei colleghi.

Una donna audace, competitiva, estrosa, che cerca con tutte le sue forze di entrare nel Cantiere della basilica di San Petronio, luogo in cui si è operai ancor prima che artisti, in cui si suda, ci si sporca e ci si rovina le mani plasmando marmo e ferro. Ma di certo il posto più ambito per gli artisti di Bologna.

Qui esegue due angeli e vince il concorso per eseguire due formelle in marmo sul tema della Castità di Giuseppe.

Properzia trova nella scultura il modo di sfogare un carattere impetuoso e aggressivo, vuole emergere e mostrarsi, vuole essere ammirata e ricercata, forse per riempire una vita sentimentale piatta.

Sembra che la sua rappresentazione di “Giuseppe e la moglie di Putifarre”, in cui la donna discinta e a petto nudo cerca di afferrare il suo schiavo Giuseppe e di portarlo verso l’alcova, sia da riferire al legame con Anton Galeazzo Malvasia, l’amante che spesso la trascurava.

Al di là degli scandali autobiografici Properzia subì la prepotenza e l’invidia dei colleghi e in particolare di Amico Aspertini, famosissimo pittore, che la screditò con pettegolezzi e dicerie volti a sminuirne il valore e la capacità. A causa di queste voci la scultrice non venne mai pagata al pari dei suoi colleghi e morì nel 1530, probabilmente per la peste, lasciandosi alle spalle più debiti che fama.

Resta comunque famosa tra i bolognesi per la sua capacità di intagliare i noccioli di frutta come ad esempio nello stemma della famiglia Grassi. In un’aquila a due teste in filigrana d’argento, insegna della famiglia senatoria bolognese, sono incastonati undici noccioli decorati da ambo i lati con figure di Sante e Apostoli.