Marina Maurizio è una signora come tante, un marito, due figli, una vita in una cittadina di provincia; se non fosse che Marina ha un figlio, Tomaso Bruno, che a seguito di una storia assurda e rocambolesca si trova detenuto in India, a Varanasi da 4 anni e mezzo.

Anche Tomaso è un ragazzo come tanti, vive e lavora a Londra da due anni quando, nel 2010, decide di fare un viaggio in India insieme ad una coppia di fidanzati, Elisabetta Boncompagni e Francesco Montis. I ragazzi, probabilmente per risparmiare, decidono di condividere una stanza tripla in un albergo di Varanasi. Una notte all’improvviso Francesco, che già aveva seri problemi di salute, si sente molto male. I ragazzi chiamano immediatamente i soccorsi ma purtroppo per lui non c’è nulla da fare e muore poco dopo all’ospedale. Due giorni dopo, Tomaso ed Elisabetta vengono rinchiusi nel carcere di Varanasi, accusati di omicidio intenzionale di stampo passionale. Assurdamente condannati all’ergastolo in primo grado, in assenza di qualsiasi prova certa di colpevolezza, sono tuttora in attesa della sentenza definitiva della Corte Suprema di Delhi. La sentenza recita testualmente che «Il movente che ha spinto i due accusati ad uccidere Francesco Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove, tuttavia si può comunque ipotizzare che Tomaso ed Elisabetta avessero una relazione intima illecita». L’esame dell’accusa si basa su una perizia autoptica condotta da un oculista. Per di più gli stessi genitori di Francesco Montis riconoscono come il ragazzo avesse da tempo problemi di salute e che la morte non può che essere avvenuta a causa della malattia.

Come ha reagito Marina a tutto questo?

Marina ha sempre combattuto e tuttora combatte affinché venga dichiarata l’innocenza di suo figlio.

Divisa tra due universi completamente differenti: da una parte la vita di tutti i giorni ad Albenga in Liguria, la famiglia, un’altra figlia da poco laureata; dall’altro l’India, l’assurdo e labirintico sistema di giudizio indiano e il mondo del carcere di Varanasi ove non manca di far regolarmente visita a suo figlio.

E di martedì in martedì ha atteso l’udienza della Suprema Corte, rimandata di volta in volta senza un perché. Poi improvvisamente ieri è giunta la notizia che il dibattimento è inaspettatamente iniziato giovedì 4 dicembre (in un giorno normalmente non dedicato a questo tipo di udienze) e si è arrivati alla fine della discussione il giorno successivo.

Ora, però inizia un’altra lunga attesa: secondo le indicazioni degli avvocati, la sentenza potrebbe essere emessa nel giro di 1 o 2 mesi. E Marina è pronta a ripartire per l’India per aspettare, ancora una volta, vicino a suo figlio. 

È incredibile la forza di questa donna che settimana dopo settimana continua a sperare e a far sperare. Proprio lei che dovrebbe essere sostenuta, sostiene invece tutti gli altri con una forza e una carica positiva che sembra non vacillare mai. Non possiamo neppure immaginare cosa provi dentro di sé Marina Maurizio, ma se è disperata, se è triste o sconsolata di certo non lo dà a vedere. Lei è la roccia sulla quale si appoggia tutto il sistema che è stato creato a sostegno di Tommy.

Tomaso ha la fortuna di avere una mamma che non si arrende e se pure sta scontando una pena, dovuta o indebita che sia, sa di poter contare sull’affetto della sua famiglia e dei suoi amici che non l’hanno mai abbandonato al suo incredibile destino.

Sembra una storia da film ed è proprio un film che il giovane regista Adriano Sforzi, amico di Tommy, sta girando per raccontare la sua storia in attesa di un finale che tutti speriamo sia lieto. Ringraziamo Adriano per averci raccontato la storia di Tommy e averci così dato l’occasione di parlarvi di Marina, una donna speciale, che molti definirebbero una mamma coraggio e che a noi piace chiamare mamma al quadrato.