di Maria Roberta Resina

Aprirà il 23 Ottobre alla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea (GAM) di Torino la mostra dedicata a Pierre-August Renoir che si propone di raccontare il lavoro completo del pittore impressionista, con più di 60 opere provenienti dal Musée d’Orsay e dall’Orangerie di Parigi.

L’impressionismo è una delle correnti artistiche più apprezzate dal pubblico ma non è sempre stato così. Il gruppo sorge per aggregazione spontanea verso il 1860 e accomuna personalità  e temperamenti artistici molto diversi che rifiutano i luoghi tradizionali della pittura (scuole, atelier, botteghe) e la tecnica scolastica (chiaroscuro, semitoni, prospettiva classica, linee di contorno). Manet, Pissarro, Monet, Renoir, Degas e Cezanne prendono le distanze dall’antica concezione di mimesi e quindi dall’imitazione oggettiva delle cose, non sono subito accettati dall’opinione pubblica, vengono anzi rifiutati dalle giurie accademiche dei Salon e quindi di fatto esclusi dal mercato dell’arte.

Forse proprio per questo però gli impressionisti possono aprirsi al concetto di arte come libera rappresentazione della realtà, lasciando alla fotografia il compito della mera “riproduzione oggettiva” del ritratto, del reportage e dell’illustrazione documentaria. La visione del mondo degli impressionisti  è soggettiva, muove dall’interno verso l’esterno: ciò che li circonda non si può ridurre a categorie statiche ma varia continuamente di aspetto, la luce vibra ad ogni istante e quello che si vede in un momento è diverso nel momento successivo.  Le immagini trasmettono mutevolezza, sensazioni e impressioni felici, positive e gradevoli. Non c’è dramma e non c’è tragedia, non c’è intento educativo, non si racconta nessuna storia.

Nasce l’esigenza di dipingere en plein air (all’aria aperta) e di raffigurare gli effetti luminosi percepiti: non esiste più il colore locale (cioè quello del singolo oggetto) e puro ma ogni colore nasce dall’influenza del suo vicino. I colori primari e i complementari si accostano direttamente sulla tela, si trasformano e reciprocamente si esaltano, si scaldano o si raffreddano, non c’è bianco e non c’è nero. La luce diventa la grande protagonista di tutte le tele che colpendo gli oggetti viene assorbita o respinta dalle superfici scomponendosi nei vari colori dello spettro.

E’ in questo clima che matura Renoir (1841-1919). Nato a Limoges da una famiglia di artigiani, a quattordici anni viene mandato a bottega presso un decoratore di porcellane e poi studia con passione i grandi maestri del Louvre che copia incessantemente. Uomo arguto, modesto e inizialmente povero, aveva un grande senso dello humor ed era sempre pieno di allegria. Appassionato di nature morte, di fiori, di balli e scene di genere, tra i suoi temi preferiti ci sono sicuramente le donne “…di cui sa rendere … il fiore dell’epidermide, il velluto della carne, la madreperla dell’occhio, l’eleganza della pettinatura” (cit. J.K. Huysmans, in “L’art moderne“).

Come prima di lui Rubens, anche Renoir è affascinato dalle forme piene e morbide, diverse da un certo ideale di perfezione del corpo femminile: «Mi accontento della prima che capita…purché mi si presenti una pelle che non respinga la luce», diceva a chi domandava del suo rapporto col nudo femminile.

Per lui il corpo della donna deve vibrare e affascinare, ed è la sostanza su cui sperimentare le teorie del colore e della luce di Seurat e Signac, senza però mai perdere il contatto con la figura umana.

Non è interessato all’introspezione psicologica del soggetto, vuole solo tradurre iconograficamente l’apparenza corporea e la linea di Ingres: ne risultano così  figure frizzanti e moderne, donne per niente preoccupate di mostrarsi  anzi compiaciute di un corpo in cui si sentono a proprio agio, figure in cui la sapienza dell’artista si trasforma in freschezza e immediatezza.

Negli ultimi anni della vita Renoir dipinge incessantemente delle “bagnanti” su tele di grande formato e anche se le sue mani sono ormai completamente deformate dall’artrite (tanto da essere obbligato a legarsi i pennelli ai polsi) non dimentica che l’arte deve dare gioia e che i colori vanno messi sulla tela per  divertirsi e divertire, – “…se non mi divertisse, la prego di credere che non dipingerei affatto!”- . L’incarnato delle sue bagnanti diventa sempre più rosato, i volumi sono modellati da una pennellata corta e veloce e il pittore non è più interessato solo alla luce ma vuole costruire una realtà atemporale.