di Maria Roberta Resina 

Pieter Paul Rubens (Siegen, 1577 – Anversa, 1640) è considerato unanimemente il pittore fiammingo che apre la strada al barocco nordico europeo, uomo di cultura era pittore ufficiale delle Fiandre e artista amato in tutte le corti europee. Si formò in Italia dove visse per otto anni a Mantova alla corte dei Gonzaga viaggiando verso Venezia e Roma. Qui conobbe l’arte di Tiziano, Tintoretto e Caravaggio.

The Three Grace | Peter Paul Rubens via Wikimedia Commons

The Three Grace | Peter Paul Rubens via Wikimedia Commons

Per i profani della storia della pittura e delle sue correnti artistiche però, Rubens è soprattutto il pittore che attraverso la luce e il colore rende la maestosità del corpo femminile, colui che dopo quattrocento anni riesce ancora a sorprenderci con un segno esuberante e una vitalità in grado di creare forme armoniche e generose, forme senza tempo perennemente bloccate tra il sacro e il profano. Rubens fissa nel tempo l’infinita bellezza di un corpo pieno e opulento, un corpo vibrante e sensuale.

La sua genialità sta nell’accostare e contrapporre i colori sulla tela in modo che questi si accendano a vicenda. Limita l’uso del bianco e del nero, il contorno è veloce e impreciso così che le forme siano più accennate che descritte. Rubens disegna con la luce e attraverso il contrasto rende più dinamici e vivaci i suoi personaggi staccandoli dal contesto reale e proiettandoli in una nuova realtà. Attraverso la lezione di Caravaggio apprende la luce radiale che costruisce i corpi staccandoli dal fondo ed elabora uno stile personale e riconoscibile che si traduce in virtuosismo tecnico e brillantezza della composizione.

Le sue bellissime donne non devono nascondersi, non devono vergognarsi delle proprie rotondità e si riconoscono nei canoni della bellezza propri del Seicento. L’approccio al corpo femminile non cambia sia che si tratti di iconografia storica, allegorica o temi religiosi; sono sempre donne vere, rappresentate con le rotondità e i difetti che le rendono uniche. Donne molto più vicine alle forme di Marilyn Monroe, Sofia Loren e Rita Hayworth piuttosto che alle star contemporanee, sempre attente ad indossare una taglia sotto la 40. Donne che non solo accettano i propri difetti fisici ma non se ne preoccupano affatto, anzi, si apprezzano e si compiacciono. Donne che con le loro rotondità ricordano l’accoglienza materna e la sicurezza del rifugio. Donne che si piacciono e per questo piacciono.

Concludo lasciandovi con una poesia della polacca Wisława Szymborska, morta il 1 Febbraio 2012, donna abilissima nel descrivere con parole semplici e accessibili le ossessioni e i disagi del nostro tempo. In queste righe esalta proprio la bellezza del corpo femminile barocco e con arguzia ed ironia lo contrappone alle “magre sorelle” che non sono mai presenti ma a cui le donne di oggi tendono disperatamente.

Ercolesse, fauna femminile,
nude come il fragore di botti.
Fanno il nido in letti calpestati,
nel sonno la bocca si apre al chicchirichì.
Le pupille rovesciate all’indietro
Penetrano dentro le ghiandole da cui i lieviti stillano nel sangue.

Figlie del barocco, l’impasto si gonfia,
vaporano i bagni, s’arrossano i vini,
nel cielo galoppano porcelli di nuvole,
le trombe nitriscono l’allarme carnale.

O cucurbitose, o esorbitanti,
e raddoppiate dal cader dei veli
e triplicate dalla violenza della posa,
grasse pietanze d’amore!

Le loro magre sorelle si alzarono presto,
prima che nel quadro facesse giorno.
E nessuno le vide incamminarsi in fila
dal lato non dipinto della tela.

Esiliate dello stile. Costole contate,
mani e piedi d’uccello.
Provano a volare sulle scapole sporgenti.

Il Duecento gli avrebbe dato un fondo d’oro.
Il Novecento – uno schermo d’argento.
Ma il Seicento non ha nulla per chi è piatto.

Giacché perfino il cielo è convesso
convessi gli angeli e convesso il dio
Febo baffuto che su un destriero
sudato irrompe nell’alcova ribollente.