L’altro giorno ho ricevuto l’invito ad un evento denominato “Fuori Strada“, una serata all’insegna di Street Art, fotografia e vino, organizzato in occasione della notte bianca di Arte Fiera.

Io sono la mente quadrata del gruppo, e non avevo idea di cosa fosse esattamente la street art.
L’ho sempre considerata una questione a mezza via tra il decoro urbano e i graffiti, qualcosa che non valesse la pena approfondire più di tanto.

L’invito ricevuto dal fotostudio L+M ha però risvegliato il mio interesse. Se un fotografo di talento come Michele Levis si occupa di street art vuol dire che vale la pena scoprire cosa sia.

Mi si è aperto un mondo.

Leggendo vari articoli ho capito che non esiste una definizione ufficiale di street art, neppure fra i suoi interpreti. Anzi oserei dire che alla filosofia della street art poco si attagliano le definizioni.

E’ un’arte che usa le strade per esprimersi, e spesso per esprimere conflitti, ma non è facile descriverla. Forse è più facile capire cosa NON è piuttosto di cosa è. La street art non sono i graffiti, o le firme sui muri; non sono i madonnari e neppure chi decora le saracinesche dei negozi.

La street art è un atto anarchico, al confine  fra il gesto creativo e l’atto vandalico, che tocca la cultura punk, passando per la popart. Le opere vengono realizzate con tecniche e materiali diversi: quello che rende un’opera “street art” è più che altro il contesto. Gli interventi sono infatti strettamente connessi con l’ambiente dove vengono realizzati e le opere possono definirsi beni a titolarità diffusa: appartengono sì all’artista, ma ancora di più al luogo dove vengono installate.

Gli artisti che operano in quest’ambito fanno proprie le superfici inutilizzate delle città: pareti, edifici abbandonati, treni, cisterne… Non pensiate però che le opere abbiano un intento decorativo: questi artisti non vogliono abbellire l’ambiente ma comunicare attraverso di esso!

Interessante vero?

Ecco allora che la street art è un’arte effimera: ci sono opere destinate a perdersi nel giro di pochissimo tempo, anche se l’avvento delle nuove teconologie ha permesso a questi lavori di sopravvivere nella loro versione digitale, oltre la loro cancellazione.

L’opera di street art infatti per sopravvivere deve piacere.
Sta a chi guarda stabilire se è arte o non lo è.
Ed è molto difficile anche giudicare.
Come si può dare un valore ad un’opera che non ha committenti,  non ha un luogo di esposizione, non viene stimata economicamente?
E’ chi si imbatte, a volte casualmente, nell’opera ad esprimere un giudizio immediato e senza filtri, diversamente da altre forme di arte più tradizionali.

E chi sono questi artisti, rigorosamente nascosti dietro uno pseudonimo, che realizzano queste opere a loro rischio e pericolo, a volte sconfinando nell’illegalità, e con la consapevolezza di poter essere cancellati?

Senz’altro ci troviamo di fronte ad un gruppo di artisti sorretti da una grande passione e che secondo gli esperti  ha dato vita a una delle correnti di arte visuale più originali di questo inizio secolo.

Io trovo il tutto molto intrigante e voi?

Ho poi scoperto che nel 2013 è nato a Bologna un festival dedicato interamente alla Street Poster Art, l’arte di strada su supporto cartaceo, cui partecipano ogni anno artisti di fama internazionale.
Facendo mente locale, mi sono ricordata che ne avevamo parlato qui.
Questo Festival propone ogni anno una Open Call per raccogliere lavori da ogni parte del mondo, che vengono selezionati e affissi sulle bacheche comunali disseminate in tutto il centro storico della città.

Un modo per formalizzare un’arte che rifugge la formalizzazione…

In ogni caso, la street art rimane  profondamente contestataria e provocatoria e si fa portatrice delle tendenze creative di una generazione relativamente giovane e incredibilmente innovativa…

Insomma, tutto questo per dirvi che andrò a Fuori strada…

Venite con me?