di Luca Mori

Con l’arrivo del digitale terrestre, i nostri palinsesti televisivi si sono improvvisamente riempiti di reality americani centrati sul corpo: persone magre che cercano di prendere peso, persone grasse che tentano di perderne. Il plot è sempre lo stesso e, al fondo, piuttosto banale.

Il/la protagonista si dà un obiettivo di dimagrimento da raggiungere entro una certa data. Con l’aiuto di un dietista e di un personal trainer l’impresa ha inizio. Dopo i primi successi, la crisi puntuale sopraggiunge. S’iniziano a saltare gli appuntamenti in palestra ed il regime alimentare comincia a subire sgarri continui. Ma giunti ad un passo dal gettare la spugna, il personal trainer interviene con una possente lavata di capo. Ricorda al protagonista tutti gli sforzi sostenuti nel periodo precedente, fa leva sulla sua forza d’animo, gli ricorda che tutto dipende da lui, che occorre riacquistare fiducia in se stessi e determinazione. Con nuove energie e nuove motivazioni, il cammino riprende e, a suon di cyclette, jogging ed insalate scondite, l’eroe riesce a raggiungere il proprio obiettivo. Sui titoli di coda, immancabile, una riflessione su quanto sia meravigliosa la sensazione di sentirsi capaci di cambiare se stessi, il proprio stile di vita, la proprie abitudini. L’impressione che ci si fa cercando di esaminare questi programmi è che essi, di base, costituiscano una celebrazione delle capacità che, come singoli, abbiamo di trasformare le nostre identità. E che, sempre in essi, il corpo abbia più che altro una funzione dimostrativa riguardo tali capacità. Le mie capacità di trasformarmi sono cioè rese visibili dalle trasformazioni del mio corpo.

Volendo spingere l’analisi un po’ più a fondo, è a mio avviso possibile scorgere al fondo di questo tipo di narrazioni una matrice profondamente neoliberale. Per molti, il neoliberalismo è il principale responsabile dello smantellamento dello stato sociale, dei servizi pubblici, dei beni comuni. Ma il neoliberalismo è molto di più di una forza politica assettata di tagli e privatizzazioni, esso è in primo luogo una visione sistematica della società e soprattutto dell’uomo. Essenzialmente, per i pensatori neoliberali, la natura prima dell’individuo è una natura imprenditoriale. Non è un caso infatti che è proprio agli economisti neoliberali che dobbiamo la teoria del cosiddetto capitale umano.

Per essa, ogni individuo possiede sin dalla nascita un capitale. Tale capitale è costituito dal proprio sé, ovvero dalla propria intelligenza, dalla propria forza fisica, dalla propria salute, dal proprio aspetto e, più in generale, da tutte le proprie qualità. La teoria sostiene inoltre che le scelte via via effettuate dal soggetto nel corso della propria esistenza non siano altro che investimenti in vista di una rendita: le scuole frequentate, il partner scelto, gli sport praticati, le cerchie sociali in cui si è inseriti rappresentano tutti investimenti nel proprio capitale umano. Così ad esempio, eccedere a tavola può portare soddisfazioni nell’immediato, ma sul medio/lungo periodo andrà ad incidere negativamente in termini di immagine e, probabilmente, di salute. Impegnarsi in un percorso di studi molto duro potrà andare a detrimento della propria vita sociale nel presente, ma è molto probabile che ripaghi in futuro, garantendo una buona posizione lavorativa.

Ora, quali sono le conseguenze che questo modo di intendere la natura umana avrà sulla psiche dei soggetti? L’effetto principale riguarda soprattutto il rapporto che intratteniamo con noi stessi. Ci si faccia caso: la cultura odierna ci spinge sempre all’introspezione e all’autovalutazione e valorizza profondamente l’autocontrollo. Ma d’altra parte non potrebbe essere che così. Come, infatti, un imprenditore è chiamato a monitorare i risultati dei propri investimenti aziendali, così il soggetto neoliberale è chiamato a monitorare gli investimenti effettuati sul proprio sé. E così come ci sono consulenti aziendali, ci sono anche i consulenti del sé: psicologi, esperti di relazioni umane, personal trainer e dietologi sono solo alcune delle figure che popolano l’affollato territorio dei professionisti dell’autoesplorazione e dell’autoefficacia.

Agire sul proprio sé, migliorarsi, trasformare le proprie abitudini, il proprio stile di vita paiono oggi le competenze più valorizzate, che – tra l’altro – occorre pubblicizzare il più possibile tramite un uso sapiente dei social network. Va da sé, però, che così come l’imprenditore è destinato a vedere la propria statura morale coincidere con il proprio successo economico, anche il soggetto neoliberale volente o nolente deve essere disposto a veder coincidere il proprio valore d’individuo con la propria capacità di autotrasformazione e automiglioramento. Mai come oggi, infatti, chi toppa la dieta, chi riprende a fumare, chi non tiene fede ai propri appuntamenti col jogging e con la palestra è destinato ad andare incontro a seri (e a volte serissimi) problemi di biasimo e stigmatizzazione.