di Nanni Basso

Dovevano essere piuttosto in carne le nostre antenate, nonostante i tempi forse ancor più difficili di quelli attuali, che costringevano le famiglie a fare i salti mortali per mettere insieme il pranzo con la cena. Una conferma arriva addirittura dalle statuine del presepe che, nella tradizione ligure dei “Macachi”, venivano create nei secoli scorsi, soprattutto dalle donne del popolo, le cosiddette “figurinaie”. Le statuine, che venivano ricavate da stampi di gesso e poi prendevano sostanza nelle mani di chi le realizzava, altro non potevano che rappresentare la realtà dei tempi in cui vivevano le loro creatrici. Così era per i mestieri, così quasi certamente anche per le forme fisiche dei personaggi che andavano a rendere omaggio a Gesù appena nato.

Le “figurine” del presepe hanno forme piuttosto tondeggianti. Le donne hanno il seno pronunciato e fianchi larghi e molti degli uomini, soprattutto coloro che fanno mestieri in qualche modo legati al cibo, come panettieri e pescivendoli, gioiosamente ostentano la loro pancia decisamente pronunciata. Nel presepe dei “Macachi”, è il supermagro ad avere qualche problema: in dialetto ligure si chiama “u zeun” (da zeu, gelo), l’uomo che ha sempre freddo. Per forza! Il problema sono le sue “quattr’ossa”, che si intuiscono sotto l’abbondante pastrano che lo copre quasi del tutto, mani comprese, lasciando intravedere solo parzialmente il viso triste e affilato. Con lui, la moglie, a zeunn-a, che presenta identiche caratteristiche, ben diverse da tutti gli altri personaggi che, più stazzati e robusti, sentono meno il freddo e possono affrontare nelle loro vesti leggere e molto colorate la straordinaria processione che ha come meta quella capanna verso cui si incamminano con la stessa fede profonda di chi manualmente li crea.

E’ una tradizione ultra bicentenaria quella del presepe dei Macachi, ad Albissola. Che ha avuto il suo momento di massimo splendore a cavallo delle due guerre mondiali, quando quest’arte ingenua, quasi involontaria, delle statuine del presepe, ha surclassato non solo in terra di Liguria, ma un po’ in tutta Italia, la tradizione nordica dell’albero di Natale. Protagoniste, come detto, le figurinaie, donne forti, per le quali le statuine erano un lavoro in più, di sera quando non di notte, dopo giornate durissime nelle tante fabbriche di pentole di Albisola, a sollevare pesanti quantità di terra da lavorare o di legna da bruciare nel forno. Di certo non guardavano alla linea. Ed era logico che fosse così anche per quelle donne di creta che uscivano dalle loro mani.

Forse un’eccezione fu una donnina minuta, Angelina Poggi, che visse fino a 80 anni e operò fino al 1937, anno della morte. Tra le figurinaie fu considerata una delle migliori, se non la più brava in assoluto. Vestiva di nero e aveva lunghissimi capelli bianchi. La chiamavano “Fata Geinin”, fata Angelina. Lei era minuta si, ma non disdegnava lasciare sulle sue statuine, pur curatissime, qualche curva in più, a simboleggiare una certa predisposizione di quell’arte che doveva rispecchiare il popolo in tutte le sue forme.